Loggia SFINGE

Anno di Vera Luca 5979

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Saverio Fera

 Essendo nato a Petrizzi, antico centro della provincia di Catanzaro, Saverio Fera deve essere a tutti gli effetti considerato calabrese, anche se in seguito visse la maggior parte della sua vita fuori dalla sua terra natia. Petrizzi è un antico centro agricolo della provincia di Catanzaro, abbarbicato su uno sperone roccioso che domina la valle del torrente Soverato Qui, il 6 Gennaio del 1850, nacque Saverio Fera. Suo padre, liberale convinto, apparteneva ad una delle famiglie più illustri della zona, fu sindaco del paese ed educò il figlio alle idee di giustizia, di libertà e di unità nazionale. Saverio, divenne perciò un fervente democratico e a soli sedici anni si arruolò nei "Cacciatori delle Alpi" di Garibaldi con i quali partecipò alla Terza Guerra d'Indipendenza. Terminato il conflitto con l'annessione del Veneto, il giovane Calabrese ritornò al paese natio, ma ormai l'esperienza garibaldina aveva inciso profondamente sul suo pensiero e lo aveva fatto riflettere sulle condizioni di arretratezza culturale, sociale ed economica della sua terra. Convinto che la responsabilità di ciò fosse in parte da attribuire alla Chiesa cattolica, campione, specie nel Sud del conservatorismo sanfedista, nel 1872 si convertì, con tutta la famiglia, al Metodismo, di cui nel 1877 divenne ministro con incarichi pastorali prima a Napoli e poi a Palermo. Fu in quest'ultima città che venne iniziato alla Libera Muratoria.. Nel capoluogo siciliano dimostrò un attivismo e una capacità organizzativa notevole e si dedicò con successo sia all'evangelizzazione che alla solidarietà . Palermo lo ricorda "Apostolo della carità" Quando poi una terribile epidemia di colera colpi la città si consacrò, anima e corpo, all'opera di soccorso, tanto da essere insignito della medaglia d'argento di benemerito alla salute pubblica e della Croce di Cavaliere della Corona d'Italia. Si segnalò, anche, come pubblicista ed abile polemista scrivendo opere di forte contenuto anticattolico come Martin Lutero e la Riforma e Italia Libera con Cristo: mai più Gesuiti . Capace ed attivo, ma anche esigente e severo, Fera , nel 1888, passò con tutti i suoi fedeli nelle file alla Chiesa Cristiana Libera, accolto entusiasticamente da coloro che vedevano nel Calabrese, un futuro dirigente capace e prestigioso. In effetti, nel 1890, fu nominato Segretario del "Comitato di evangelizzazione' e, di conseguenza, trasferito a Firenze. Quando lasciò Palermo l'intellighenzia politica e culturale cittadina si strinse attorno a lui tributandogli un caloroso saluto; così fecero Damiano Macaluso, illustre scienziato e Magnifico Rettore dell'Università, gli Onorevoli Tasca e Figlia, il sindaco Senatore Paternò e il Barone Bosco-grande che mise a sua disposizione la propria carrozza. Anche la stampa locale si occupò dell'avvenimento e il giornale "L'Opposizione" salutò l'illustre Pastore chiamandolo "Apostolo della carità', per aver fondato, fra l'altro, una scuola all'interno della sua comunità ecclesiale e la "Croce Bianca". Una Massoneria spirituale lontana dalla politica Approdato sulle sponde dell’Arno, Fera prese dimora insieme alla moglie Elisa Marchi in un vecchio palazzo in Via Pietrapiana 18, non lontano dal quartier generale della Chiesa Libera, in Via de' Benci dove si trovava anche la redazione de Il Piccolo Messaggero, organo ufficiale e principale fonte storica della comunità evangelica. Questa subì negli ultimi anni del secolo numerose traversie. Costretta a confrontarsi su un piano di continue polemiche con altre confessioni protestanti, in costanti difficoltà finanziarie, fu colpita nel 1894 da una profonda crisi che portò circa un terzo, dei suoi ventotto pastori, a sciamare nelle file valdesi. Il Fera reagì alla diaspora con il piglio di sempre: ricostituì il corpo pastorale, si fece promotore di un'incessante opera di proselitismo, cercò nuovi finanziamenti all'estero, ma tutto fu inutile: dopo nove annidi agonia, il gruppo evangelico si sciolse convogliandosi in parte nella Chiesa Metodista Episcopale, in parte in quella Wesleyana . Roccaforte dello Scozzesismo la Loggia "XX Settembre" Mentre si svolgevano questi fatti, il Fera militava con fervore nella Libera Muratoria, di cui era diventato uno dei personaggi di maggior spicco. Membro della cosiddetta corrente degli "spirituali" che contestava l'eccessivo coinvolgimento dell'Istituzione nelle questioni politiche, egli era quotizzante della Loggia "XX Settembre", roccaforte fiorentina dello Scozzesimo in contrasto con la "Lucifero", Officina di Rito Simbolico ed alfiere di una "laicizzazione" massonica. Fera fu anche Maestro Venerabile e ricoprì importanti cariche nell'Ordine, ma fu per il Rito Scozzese Antico ed Accettato, che profuse gran parte delle sue forze tanto da divenirne uno dei massimi dirigenti. Membro del Supremo Consiglio, nel 1906, alla morte di Adriano Lemmi, divenne, come Luogotenente, il numero due del Rito, accanto al Sovrano Gran Commendatore Achille Ballori. Quando questi, dopo pochi mesi di mandato dette le dimissioni dalla carica, perché urtato dal Supremo Consiglio che aveva rifiutato l'unificazione con il Rito Simbolico Italiano, il Fera ne assunse le funzioni. In questa veste, l'anno successivo, si recò a Bruxelles, dove rappresentò l'Italia alla Conferenza Mondiale dei Riti Scozzesi. Venne, poi, il 1908 e la drammatica scissione della Massoneria italiana. I fatti sono noti. A seguito della mozione Bissolati sulla laicità dell'insegnamento nella scuola primaria, le due anime della Libera Muratoria peninsulare presero strade diverse, ponendo fine ad un contrasto ormai annoso. Il Fera fu uno degli artefici di questa divisione e alla guida di buona parte del Supremo Consiglio ricostruì ex novo la Massoneria Scozzese. Non è facile elencare le difficoltà enormi che il gruppo ferano fu costretto ad affrontare. La stragrande maggioranza dei Fratelli, con tutte le strutture organizzative, erano rimaste nel GOI, mentre meno di un migliaio di coraggiosi aveva creduto nell'opera del Fratello Fera. Fra di loro vi erano, come riconosce lo stesso Mola, alcuni dei più bei nomi del Supremo Consiglio come Pastore, Ricciardi, Peretti, Cassuto, De Paoli, Pegna, Lavagna e Zona ma erano comunque pochi e le difficoltà da affrontare furono enormi. Comunque, nel breve svolgere di un paio di anni, sotto la guida del Fera che si confermò un grande organizzatore, il gruppo trovò una sede centrale in via Ulpiano n. 11 a Roma, si dotò di un giornale "Il Bollettino Massonico" e, soprattutto, il 21 Marzo del 1910, con gli auspici ben auguranti dell'Equinozio di Primavera, ricostituì l'Ordine, nacque così la Serenissima Gran Loggia d'Italia. Nei cinque anni che ancora gli restavano da vivere Saverio Fera si dedicò anima e corpo al Rito Scozzese e alla sua Gran Loggia e i risultati non tardarono a giungere. Infatti, il piccolo gruppo che lo aveva seguito, nel 1915, contava già cinquemila Fratelli sparsi in più di 85 Logge che coprivano gran parte del territorio nazionale. Nei rapporti internazionali le cose andarono ancor meglio ed anche in questo caso il merito fu, soprattutto, del Sovrano Gran Commendatore; scrive a tal proposito Marco Novarino che ha studiato i fondi archivistici di Salamanca: "La ricchezza di materiale su questo specifico corpo rituale [ci si riferisce al Supremo Consiglio d'Italia di Saverio Fera] si deve al costante e a volte te spasmodico impegno profuso dal Sovrano Gran Commendatore Saverio Fera al fine di ottenere riconoscimenti a relazioni di amicizia con i Supremi Consigli del 33. esteri impegno che ottenne notevoli risultati. Grazie a questa assoluta dedizione in brevissimo tempo il Supremo Consiglio d'Italia, entrò a far parte dello Scozzesimo Internazionale. Già nel 1912 La Conferenza Internazionale dei Supremi Consigli di Rito Scozzese, riunita ad Washington , riconobbe come unica Comunione Italiana quella da lui guidata che entrò così in reciprocità di rapporti con cinquantasei Potenze Massoniche Scozzesi. Promotore di numerose iniziative benefiche Ma Fera non si limitò a questo la tensione religiosa che sempre lo pervase, la sua profonda umana fecero sì che egli si prodigasse, nel corso di tutta la vita, a favore dei deboli dei poveri, degli infelici, degli emarginati; fu un filantropo nel vero senso della parola. Come Sovrano Gran Commendatore, come Pastore evangelico ma anche e soprattutto come Saverio Fera si fece promotore di un gran numero di iniziative benefiche per le quali dette fondo a tutte le sue forze e sostanze. Questo impegno si protrasse fino all'ultimo giorno della sua vita che ebbe termine, per paralisi cardiaca, il 29 Dicembre del 1915. Scrisse il quotidiano "La Nazione": "La notizia della sua morte si è diffusa rapidamente e numerosi amici dell'estinto si sono recati a portare le condoglianze alla famiglia addolorata". Due giorni dopo ebbero luogo le esequie che videro accorrere non solo una gran folla di Fratelli e amici, ma anche moltissimi sconosciuti che vollero rendere l'ultimo omaggio ad una persona che si era prodigata per il bene di tutti. Il mesto corteo, aperto dai corrigendi e dai fanciulli dell'Istituto Evangelico, attraversò l'intera città per poi fermarsi nel Piazzale di Porta Romana, dove Leonardo Ricciardi tenne una breve orazione funebre, ricordando" ... l'austera figura dell'estinto che nella sua gioventù combatté nelle falangi garibaldine a Bezzecca e che amò sempre, del più puro amore, la Patria a cui dedicò tutto se stesso...". Infine, " fra le lacrime" l'oratore concluse mandando "a nome anche di tutti i compagni di fede, un ultimo estremo saluto all'estinto". La salma fu tumulata nel cimitero evangelico degli Allori, alle porte di Firenze e sulla sua semplice sepoltura fu posta questa epigrafe: "Saverio Fera Patriota pensatore Sovrano Gran Commendatore della Massoneria Italiana qui riposa dalle sue fatiche e le sue opere lo seguono 6/1/1850--29/12/1915". Nello stesso sepolcro fu poi tumulata la moglie. Signora Elisa Marchi (1855-1930). Ebbero cosi termine le umane vicende di Saverio Fera, un grande uomo e un grande massone al quale storia non rese giustizia. La sua figura fu, infatti, spesso dimenticata o fatta oggetto di feroci critiche, frutto più del livore di parte che non di una serena analisi degli eventi e del periodo che lo videro protagonista. Noi, nel ricordarlo commossi, salutiamo in lui un sublime maestro di vita e di dottrina che additò alle generazioni future dei Liberi Muratori il giusto cammino verso la Luce.